Fiabe
Ovest Europa

Tuttiattaccati

level 1
Difficoltà *
Temi : Eroi

Riassunto: Una principessa che non ride mai lancia una sfida: chi la vorrà sposare dovrà farla ridere, pena il taglio della testa. Sarà un giovane di poche speranze grazie ad un’oca magica alla quale tutti restano attaccati a strapparle una risata e la promessa di matrimonio.

C’era una volta un Re che aveva una bellissima figlia, talmente bella che tutti ambivano a sposarla.

La fanciulla non brillava però per simpatia, non solo non rideva mai ma, proprio su questo aveva fatto bandire un editto che avrebbe sposato solo colui che l’avesse fatta ridere.

Qualora però non vi fosse riuscito, avrebbe dovuto salutare per sempre la propria testa.

Baldanzosi e fiduciosi principi e cavalieri si erano avvicendati con storielle e battute di ogni tipo, nella vana speranza di farla ridere ma, l’espressione della Principessa rimaneva sempre la stessa.

Due occhi gelidi e neppure l’accenno ad un sorriso.

Solo un ghigno beffardo si dipingeva sul suo bel volto, ogni qualvolta che compiaciuta si passava il dito sulla gola, segnale che metteva fine alle pantomime dei vari malcapitati che, non perdevano solo la faccia… ma la testa intera.

Passarono gli anni e la storia di una Principessa, altezzosa e sostenuta, fece il giro del mondo, giungendo fino alle porte di un piccolo e sperduto paese di montagna in cui viveva un giovane, talmente povero che l’unica cosa che possedeva era la tigna in testa.

Sentita la notizia decise di tentare la fortuna.

Il padre e i compaesani fecero di tutto per dissuaderlo, dato che persone ben più preparate di lui avevano fallito, ma non vi fu argomento in grado di fargli cambiare idea.

Il padre rassegnato gli consegnò quel poco che aveva, tre piccole pagnotte stantie, tre soldi e una bottiglia di vino.

Il giovane abbracciò il vecchio genitore e si mise in viaggio.

Cammina, cammina incontrò una vecchia lacera e sporca, seduta per terra.

Il giovane si avvicinò e gentilmente le chiese se poteva aiutarla.

“Sono tanti giorni che non mangio e non mi tengo in piedi dalla fame.” Rispose la vecchia.

Il giovane le donò una pagnotta, che la vecchia mangiò avidamente.

Il ragazzo impietosito le dette anche la seconda che vide scomparire come la prima. Le mise in grembo anche la terza e la salutò.

Fatti pochi passi, ad un angolo della strada un’altra esile vecchietta chiedeva l’elemosina, il giovane senza neppure pensarci un attimo prese i tre soldi e li fece scivolare nelle sue mani.

“Grazie, grazie.” Ripeteva la donna mentre il giovane si allontanava.

Cammina, cammina giunse in un piccolo paese, dove una donna piangeva disperata, ai suoi piedi era ancora visibile la chiazza di vino uscito dalla bottiglia che in mille pezzi giaceva ai suoi piedi.

Il giovane consolata la donna con parole gentili, le fece dono della propria.

Aveva fatto pochi passi, quando una bellissima fanciulla lo fermò per ringraziarlo:

“Le tre donne che con tanta generosità e garbo hai soccorso in realtà ero io, per questo voglio ringraziarti con questo dono.”

Disse mentre gli porgeva una magnifica e candida oca: “Ogni volta che qualcuno la tocca le sentirai dire –QUAQUA-, tu subito dovrai rispondere –attacati la, attacati qua più nessuno si staccherà!- Il mal capitato resterà attaccato e non potrà far niente per staccarsi.”

Il giovane ringraziò la fanciulla e riprese il viaggio in compagnia dell’oca.

Cammina, cammina giunse ad una locanda dove decise di fermarsi per riposare un po’.

“Non c’è posto.” Disse l’oste guardando il giovane tignoso e con un gesto fece per cacciarlo via…

Le sue figlie però avevano notato quell’oca pasciuta e, pensando di poterci ricavare un bell’arrosto per gli avventori della locanda, fecero un cenno al padre, che subito capì e si fece più gentile.

“Scusami ragazzo, sono stato un po’ precipitoso, in realtà mi è rimasta la soffitta e non posso che offrirti quest’umile giaciglio, se pensi di poterti accontentare sarò lieto di ospitarti. L’oca potrai metterla nella stalla.”

“La ringrazio, la soffitta andrà benissimo per me e per la mia oca, che voglio dorma sempre vicino a me. Ma se per voi è troppo disturbo me ne vado e non se fa di niente.” Disse il giovane.

“No no, ragazzo, come vuoi, porta pure l’oca con te in soffitta.” Rispose garbatamente l’oste conciliante.

Durante la notte credendo che il ragazzo si fosse addormentato, le due figlie dell’oste entrarono di soppiatto.

Nel buio cercavano l’oca.

Appena l’ebbero afferrata, l’oca si mise a starnazzare: –QUAQUA!-

Attacati la, attacati qua più nessuno si staccherà!” Disse il ragazzo con la voce ancora impastata dal sonno.

Subito la fanciulla rimase attaccata al bianco pennuto e per quanto tirasse e strattonasse non riusciva a staccarsi.

Piagnucolando spaventata chiedeva aiuto alla sorella perché l’aiutasse a liberarsi.

L’altra sentendone i lamenti la cercava nel buio della soffitta ma appena l’ebbe trovata e cominciò a tirare l’oca nuovamente strillò: –QUAQUA!

Attacati la, attacati qua più nessuno si staccherà!” Disse ancora il giovane e quella non poté più staccarsi.

L’indomani di buonora quella strana comitiva riprese il viaggio.

Il ragazzo tignoso, un’oca grassa e due fanciulle in camicia da notte attaccate dietro.

Fatti pochi passi incontrarono un predicatore che vedendo quelle due praticamente nude, si mise ad urlare contro: “Vergognatevi! Vergognatevi!”

E preso il proprio mantello fece per adagiarlo sulle spalle della seconda.

Appena però l’ebbe toccata, l’oca fece il suo –QUAQUA!-

Attacati la, attacati qua più nessuno si staccherà!” Rispose prontamente il ragazzo, facendo incollare l’uomo alle spalle della fanciulla.

Quell’insolita processione riprese il suo viaggio, con i tre ormai rassegnati a quella buffa posizione, costretti a seguire l’ondulante procedere dell’oca.

Cammina, cammina giunsero in un paese dove si stava svolgendo un mercato.

Tra i numerosi venditori c’era anche un mercante di pentole.

Per attirare l’attenzione dei probabili compratori ne aveva una sulla testa, alcuni pentolini al collo, e i coperchi legati alle ginocchia per batterli insieme e fare rumore.

Vedendo quell’insolito gruppo, l’uomo si mise a ridere e appena furono abbastanza vicini dette una gran pacca sul sedere del predicatore.

QUAQUA!- Strillò subito l’oca.

Attacati la, attacati qua più nessuno si staccherà! “Rispose il ragazzo, voltandosi per vedere chi si era attaccato questa volta.

L’uomo con tutte le sue pentole si ritrovò appiccicato alla fila e nessuno dei suoi sforzi riuscì a liberarlo!

Procedevano così uno dietro l’altro accompagnati adesso anche dallo sbattere dei coperchi e delle pentole.

La Principessa se ne stava affacciata alla finestra quando vide quella strana creatura avvicinarsi al suo castello, appena capì di cosa si trattava, sentì il riso farle il solletico al naso e, esplose nella più fragorosa e sonora risata della sua vita.

Rideva, rideva senza riuscire a smettere.

Rideva talmente forte che cadde dalla sedia.

Il padre sentendo tutto quello schiamazzo, non riusciva a capire cosa stesse succedendo e credendo si sentisse male sopraggiunse di corsa a vedere.

“Che succede figlia mia!” Le chiese preoccupato mentre la Principessa non riuscendo a trattenersi si rotolava per terra dalle risa.

Il padre incredulo guardava la figlia cercando di capire cosa fosse la causa di quell’inconsueto fenomeno, ma sollevando lo sguardo in fondo alla valle, anche lui vide la comitiva procedere in direzione del castello e subito cominciò a ridere.

Ci volle qualche ora prima che riuscissero tutti quanti a riprendere fiato.

Il ragazzo intanto chiedeva di parlare con il Re, poiché era riuscito a far ridere la Principessa.

La Principessa, che non era affatto contenta di dover sposare un tignoso, cercava di nascondersi e teneva le mani sugli occhi, ma la scena era ben stampata nella sua mente e non riusciva a non pensarci, così le uscivano risolini e sbuffi non solo dalla bocca ma anche dal naso e infine disse:“Sì, mi avete fatta ridere come nessuno mai e devo mantenere la parola data e forse è giusto anche che io sposi un tignoso vista la mia superbia.”

Furono dunque fissate le nozze.

Il Re fece confezionare per il futuro sposo abiti eleganti e ordinò che fosse lavato e reso presentabile.

Tra le cameriere che si affaccendavano intorno a lui, c’era non vista, anche la fanciulla dell’oca che in realtà era una fata.

Nell’acqua del bagno tra gli oli e i sali profumati versò una pozione magica che guarì il ragazzo, cosicché la sua bellezza d’animo divenne anche esteriore.

Il ragazzo fece chiamare il padre e da allora vissero tutti felici e contenti.

Barbara Lachi from: ITALO CALVINO, Fiabe Italiane, (prima edizione 1956), Edizioni Oscar Mondadori, Milano 2002. Titolo: “Quaqua, attaccati là!”, N°38 vol. I; da: DOLFO ZORZÜT, II° volume,”Pa!…””Tachiti là!…” p.140 raccontato nel 1911 da Giovanni Minèn, organista parrocchiale, 66 anni. In Sot la nape… I racconti del popolo friulano, (3 volumi: 1924, 1925, 1927, Udine)

La fiaba è stata scritta da Barbara Lachi che ha utilizzato come fonte principale la raccolta Fiabe Italiane di Italo Calvino. Le versioni di Barbara Lachi sono nella maggioranza dei casi la riscrittura, al fine di evitare problemi dovuti ai diritti d’autore, ma molte delle fiabe hanno subito vere e proprie modifiche nell’andamento e nei finali.