Fiabe
Ovest Europa

Tì tìriti tì

level 1
Difficoltà *
Temi : Eroi

Riassunto: C’era una volta un contadino che aveva un campicello dove viveva zappando. Quando suonava un zufolo tì, tìriti, tì, accadeva qualcosa di magico. Un giorno arrivo un Re, che si misse in prova e dopo tanti tentativi uscì vincente. Tornò a palazzo reale vittorioso e trionfante.

C’era una volta un contadino che aveva un campicello tutto sassi, largo una palma della mano. Vi era rizzato un pagliaio e viveva lì, di capo d’anno, appartato, zappando, seminando, sarchiando, insomma facendo tutti i lavori dei campi. Nelle ore di riposo, cavava di tasca uno zufolo e, tì, tìriti, tì, si divertiva a fare una sonatina, sempre la stessa, poi riprendeva la fatica. Quel campicello sassoso gli fruttava intanto più di un podere. Se i vicini raccoglievano venti, e lui raccoglieva cento, per lo meno. I vicini si rodevano. Una volta quel campicello non lo avrebbero accettato neanche in regalo: da che lo aveva lui non sapevano che cosa fare per strapparglielo di mano.

“Compare, volete disfarvi di questi quattro sassi? C’è chi li pagherebbe tre volte più della stima.”

“Questi sassi son per me:

Non li cederei neppur al Re.”

“Compare, volete disfarvi di questi quattro sassi? C’è chi li pagherebbe dieci volte più della stima.”

“Questi sassi son per me:

Non li cederei neppure al Re.”

Una volta, per caso, passò di lì anche il Re accompagnato dai ministri. Vedendo quel campicello che pareva un giardino, coi seminati verdi, alti così, mentre quelli delle campagne attorno somigliavano a setole di spazzola, gialli, stenti, si fermò, colpito, e disse ai ministri: “È proprio una meraviglia! Lo comprerei volentieri.”

“Maestà, non si vende. Il padrone di esso è un uomo strano. Risponde a tutti:

“Questi sassi son per me:

Non li cederei neppure al Re.”

“Oh! … Voglio vederla.”

E fece chiamare il contadino.

“È vero che questo campicello tu non lo cederesti neppure al Re?”

“Sua Maestà ha tanti poderi! Che se ne farebbe dei miei sassi?”

“Ma se lui li volesse?”

“Se lui li volesse?”

“Questi sassi son per me:

Non li cederei neppure al Re.”

Il Re fece finta di non aversela avuta a male, e la notte dopo mandò cento guardie a scalpicciare, zitte zitte, quel seminato, da non lasciarne ritto neanche un filo.

La mattina, il contadino esce fuor del pagliaio e che vede? Uno spettacolo! E tutti i vicini che stavano a guardare, con gusto, quantunque si mostrassero addolorati: “Ah, compare, compare! Se voi aveste venduto quei quattro sassi, ora questa disgrazia non vi sarebbe accaduta.”

Quello zitto, dinoccolato, come se non dicessero a lui.

Quando i vicini furono andati via, pei fatti loro, cavava di tasca lo zufolo, e tì, tìriti, tì, il seminato cominciava a rizzarsi, e, tì, tìriti, tì, il seminato si rizzava come se nulla fosse stato.

Il Re, sicuro del fatto suo, lo aveva mandato a chiamare: “C’è qualcuno che ti vuol male. So che la notte scorsa ti han mezzo distrutto il seminato. Vendi a me quei quattro sassi. La gente, quando saprà che son miei, li guarderà da lontano.”

“Maestà, non è vero nulla. Il mio seminato è più bello di prima.”

Il Re si morse il labbro: “Dunque i suoi ordini non erano stati eseguiti!”

E se la prese coi ministri. Ma appena questi gli riferirono che le povere guardie, dal gran scalpicciare di quella nottata, non si potevano neppur muovere, il Re rimase!”

“Quest’altra notte, ad ora tarda, si mandi lì tutto l’armento.”

La mattina, il contadino esce fuori dal pagliaio e che vede? Uno spettacolo: il terreno brucato raso!

I vicini: “Ah, compare, compare! Se voi aveste venduto quei quattro sassi, questa nuova disgrazia non vi sarebbe accaduta.”

E quello zitto, dinoccolato, come se non dicessero a lui. Quando i vicini furono andati via, pei fatti loro, cavava di tasca lo zufolo, e tì, tìriti, tì, il seminato ripullulava, e tì, tìriti, tì, il seminato era bell’e cresciuto come se nulla fosse stato. Il Re, questa volta, era sicuro di aver buono in mano. Voleva vederlo, quell’omo! Chi sa che grugno! E appena l’ebbe alla sua presenza: “C’è qualcuno che ti vuol male. So che la notte scorsa ti hanno, a dirittura, distrutto ogni cosa. Vendi a me quei quattro sassi. La gente, quando saprà che sono miei, li guarderà da lontano.”

“Maestà, non è vero nulla. Il mio seminato è più bello di prima.”

Il Re si morse il labbro: “Dunque i suoi ordini non erano stati eseguiti!”

E se la prese coi ministri. Ma quando questi gli riferirono che tutto l’armento, dal gran mangime di quella nottata, avevano le pance che gli scoppiavano e che metà erano già morti di ripienezza, il Re rimase!

“Qui c’è un mistero! Bisogna scoprirlo. Vi do tempo tre giorni.”

Col Re non si canzonava. I ministri cominciarono dal grattarsi il capo, e, pensa e ripensa, uno di essi propose di andare, la notte, ad appostarsi dietro il pagliaio di quel maledetto contadino e star lì fino all’alba. Chi sa? Qualcosa avrebbero visto.

“Benone!”

Andarono, e siccome nel pagliaio c’erano parecchie fessure, si misero a spiare attraverso a queste. Il Re non aveva potuto chiuder occhio pensando all’accaduto: e la mattina, di buon’ora, fece chiamare i ministri.

“Maestà, oh! Che abbiamo visto! Che abbiamo visto!”

“Che cosa avete mai visto?”

“Quel contadino ha uno zufolo, e appena si mette a sonarlo, tì, tìriti, tì, il suo pagliaio, di botto, diventa una reggia.”

“E poi?”

“E poi vien fuori una ragazza più bella della luna e del sole, e lui, tì, tìriti, tì, la fa ballare con quella sonata, e dopo le dice:

Bella figliuola, se il Re ti vuole,

Deve star sette anni alla pioggia e al sole.

E se sette anni alla pioggia e al sole non sta,

Bella figliuola, il Re non ti avrà.”

“E poi?”

“E poi smette di sonare e quella reggia, di botto, ridiventa pagliaio.”

“Glieli darò io la pioggia e il sole! Ma prima vediamo codesto miracolo di bellezza!” Disse il Re, toccato sul vivo.

E andò la notte dopo, accompagnato dai ministri. Ed ecco che il contadino cava di tasca il suo zufolo, e tì, tìriti, tì, di botto il pagliaio diventa una reggia, e tì, tìriti, tì, compare la ragazza e si mette a ballare. A quella vista il Re ammattì: “Oh, che bellezza! Dovrà esser mia! Dovrà esser mia!”

E, senza metter tempo in mezzo, picchia all’uscio a più riprese. Il contadino cessava di suonare, di botto la reggia ridivenne pagliaio, ma di aprire non se ne parlò neppure: e il Re, che bruciava dall’impazienza, dovette tornarsene a palazzo. Prima che albeggiasse, spedì un corriere a spronò battuto: “Lo voleva il Re, subito subito.”

Il contadino andò a presentarsi: “Sua Maestà che cosa comandava?”

“Comando e voglio la tua figliuola per sposa. Lei diventerà Regina e tu Ministro di palazzo reale.”

“Maestà, c’è una condizione:

Chi vuole la mia figliuola

Dee star sette anni alla pioggia e al sole,

E se sette anni alla pioggia e al sole non sta,

Fosse chi fosse, non l’otterrà.”

Il Re avrebbe voluto darglieli lui la pioggia e il sole! Ma c’era di mezzo la ragazza… Si strinse nelle spalle e rispose: “Starò sette anni alla pioggia e al sole.”

Lasciò il governo ai ministri, per tutto il tempo che sarebbe stato assente, e andò ad abitare col contadino, scottandosi la pelle al solleone e restando sotto la pioggia anche quando veniva giù a catinelle. Dopo poco tempo, povero Re, non si riconosceva più, pareva fatto di terra cotta, colla pelle bruciata a quel modo. Ma aveva un compenso. Di tanto in tanto, la notte, il contadino cavava di tasca lo zufolo, e prima di sonare, gli diceva: “Maestà, rammentatevi bene:

Chi tocca stronca,

Chi parla falla!”

E tì, tìriti, tì, di botto il pagliaio diventava una reggia, e tì, tìriti, tì, compariva la ragazza più bella della luna e del sole.

Il Re se la divorava cogli occhi, mentre quella ballava. Doveva fare proprio un grande sforzo per non slanciarsi ad abbracciarla e non dirle: “Sarai Regina!”. La passione lo conteneva. Erano passati sei anni, sei mesi e sei giorni. Il Re, dalla contentezza, si fregava le mani. Fra poco quella ragazza più bella della luna e del sole sarebbe stata sua sposa! E lui se ne tornava al palazzo reale, Re come prima e più beato di prima! Ma la sua disgrazia volle che una notte il contadino cavasse di tasca lo zufolo, e si mettesse a sonare senza ripetergli: “Maestà, rammentatevi: chi tocca stronca, chi parla falla.”

Quando, tì, tìriti, tì… apparve la ragazza più bella della luna e del sole, e si messe a ballare, il Re non seppe più frenarsi, le corse incontro e l’abbracciò, gridando: “Sarai Regina! Sarai Regina!”

Fu un lampo. E, invece della ragazza, che cosa si trovò fra le braccia? Un ceppo bitorzoluto!

“Maestà, ve l’avevo pur detto io:

Chi tocca stronca,

Chi parla falla!

Il Re pareva di sasso: “Bisognava ricominciare?”

“Bisognava ricominciare!”

E ricominciò. Si abbrustoliva al sole:

Sole, bel sole

Patisco per amore!

Si lasciava conciare dalla pioggia.

Pioggia, pioggia bella,

Patisco per la donzella!

E quando il contadino cavava di tasca lo zufolo e, tì, tìriti, tì, la ragazza ricompariva e si metteva a ballare, lui se la divorava cogli occhi, da un cantuccio, zitto e cheto come l’olio. Non se la sentiva di ricominciare.

Erano passati nuovamente sei anni, sei mesi e sei giorni, e il Re, dalla contentezza, già si fregava le mani. Ma la sua disgrazia volle che una notte il contadino cavasse di tasca lo zufolo e, tì, tìriti, tì, comparisse la ragazza e si mettesse a ballare come non aveva ballato mai, con una grazia, con una sveltezza! Il povero Re non poté più frenarsi e le corse incontro e l’abbracciò: “Sarai Regina! Sarai Regina!”

E che cosa si trovò fra le braccia? Un ceppo bitorzoluto.

“Ah, Maestà, Maestà!

Chi tocca stronca,

Chi parla falla!”

Il Re pareva di sasso: “Bisognava ricominciare?”

“Bisognava ricominciare!”

E ricominciò:

Sole, bel sole,

Patisco per amore,

Pioggia, pioggia bella,

Patisco per la donzella!

Questa volta però stette bene in guardia, e ai sette anni fissati ebbe finalmente la ragazza più bella della luna e del sole. Non gli pareva neppur vero! Intanto che cosa era accaduto? Era accaduto che i suoi ministri e il popolo ritenendolo per matto, si erano dimenticati di lui e avevano dato, da parecchi anni, la corona reale a un suo parente. Il Re, infatti, si presenta al palazzo reale colla sposa sotto braccio e i soldati di sentinella: “Non si passa! Non si passa!”

“Sono il Re! Chiamate i miei ministri!”

Che ministri? I vecchi erano morti e quelli del nuovo Re lo lasciavano cantare. Si rivolge al popolo: “Come? Non riconoscete il vostro Re?”

Il popolo gli ride sul muso e non gli dà retta. Disperato, ritorna al campicello, dal contadino. Dov’era il pagliaio vede, con sorpresa, un palazzo che pareva una reggia. Monta le scale, e invece del contadino, gli viene incontro un bel vecchio con tanto di barba bianca: era il Gran Mago Sabino.

“Non ti scoraggiare!” Gli disse questo.

E lo prese per mano, e lo condusse in una magnifica stanza dove c’era un catino pieno di acqua. Il Gran Mago afferra quel catino e glielo riversa sulla testa, e il Re, da un po’ invecchiato che già era, rinverdisce, a un tratto, di vent’anni. Allora il vecchio: “Affacciati a quella finestra, suona questo zufolo e vedrai.”

Il Re si affaccia, si mette a sonare, tì, tìriti, tì, ed ecco un esercito armato di tutto punto, fitto come la nebbia, su pei colli e per la pianura. Intimata la guerra, mentre i soldati combattevano, lui in cima a un poggio, sonava tì, tìriti, tì, senza cessare finché la battaglia non fu vinta. Tornò a palazzo reale vittorioso e trionfante, perdonò a tutti, e all’occasione dei suoi sponsali diè un mese di feste per tutto il regno.

E presto ebbe un erede,
E noi scalzi d’un piede.

Luigi Capuana, C’era una volta… Fiabe, Fratelli Treves Editori, Milano 1885