Fiabe
Ovest Europa

Non è amore

level 1
Difficoltà *

Riassunto: Un giovane corteggia una fanciulla che non accetta però le sue attenzioni. Ne nascono piccoli dispetti reciproci che porteranno il giovane uomo prima a sposare e poi a voler uccidere la giovane. Tuttavia capite le sue orribili intenzioni la fanciulla riuscirà a salvarsi e a fuggire lontano.

C’era una volta una fanciulla di nome Diana.

Come la dea di cui portava il nome era libera e bella.

Un giorno mentre se ne stava nel suo giardino passò un giovane Signore che vedendola se ne infatuò.

Era un uomo molto ricco abituato ad avere tutto ciò che desiderava.

Subito cominciò a rivolgerle complimenti e farle dichiarazioni:

Mia dolce e bella Diana

Ascolta chi ti brama

E se anche tu mi vorrai

Per il dolce sentier mi seguirai.”

Diana lo guardò un po’ infastidita e senza rispondere rientrò.

Il giorno successivo mentre stava in giardino ecco comparire nuovamente quel Signore che avendo non avendo capito che il silenzio di Diana era poco più che indifferenza, pensò di essere più convincente e si mise ad intonare la sua filastrocca:

Mia dolce e bella Diana

Ascolta chi ti brama

E se anche tu a me aspiri

Ci uniremo tra i sospiri.”

Diana questa volta decise di rispondere per le rime:

Caro Cavaliere
le tue parole non mi fan piacere

Non è amore vero quello di cui parli

Ma sol di un meschin trofeo, tu ciarli.”

Il giovane si allontanò indispettito.

Il giorno seguente travestitosi da pescivendolo si mise a gridare sotto la finestra di Diana la bellezza e la meraviglia dei suoi pesci.

Il padre di Diana che da tempo non ne mangiava chiese alla figlia di scendere e comprare il più bello.

Diana ubbidì e chiese al pescivendolo il costo dell’orata più grande.

“Quattromila scudi!” Rispose il finto pescivendolo!

“Mi sembra una cifra assurda e sproporzionata, non me lo posso permettere.” Disse Diana dispiaciuta di non poter accontentare il padre e fece per allontanarsi.

“Se mi date un bacio ve la regalo.” Disse allora il finto pescivendolo.

Diana rimase un po’ incerta, ma poi pensando al vecchio padre diede un bacio sulla guancia del pescivendolo che incartata l’orata la consegnò all’ignara fanciulla.

Il giorno successivo il giovane Signore fece ritorno e mettendosi vicino al giardino si mise a recitare la sua filastrocca a cui però stavolta aggiunse due rime:

Mia dolce e bella Diana

Ascolta chi ti brama

E se anche tu mi vorrai

Per il dolce sentier mi seguirai

Per un pesce un bacio mi hai donato

Diana ti sei venduta al quanto a buon mercato.”

Nel sentire quelle parole capì l’inganno ma, per niente impressionata, decise di ripagarlo con la stessa moneta.

Travestitasi da mercante indossò una bellissima e ricca cintura e si mise a passeggiare sotto il palazzo di quel Signore, il quale essendo tanto vanitoso, vedendo quel prezioso monile, cominciò a smaniare dal desiderio di possederlo.

Scese così a fare offerte ma, il mercante sembrava risoluto a non volerla vendere.

“Insisto” disse allora il Cavaliere, “farei qualunque cosa.”

”Bacereste anche la coda al mio somaro?” Chiese allora Diana.

“Ma certo se per questo poi mi deste la vostra cintura, lo farei.“

“Bene, fatelo allora.”

Il Cavaliere si guardò intorno per accertarsi che nessuno lo vedesse, e sicuro che non ci fossero sguardi indiscreti dette un bel bacio sul deretano dell’animale che lo guardò con commiserazione.

Diana si tolse la cintura e volentieri gliene fece dono.

Il Signorotto indossata la meravigliosa cintura si recò nuovamente a visitare Diana che lo aspettava seduta in giardino, ed ecco il cavaliere che le canta la solita canzoncina:

Mia dolce e bella Diana

Ascolta chi ti brama

E se anche tu mi vorrai

Giù per il sentier mi seguirai

Per un pesce un bacio mi hai donato

Diana ti sei venduta al quanto a buon mercato.”

Diana sorridendo si sporse tra i cespugli delle sue rose e con voce soave rispose:

Mio caro Cavaliere

E tu per una cinta, al mio somaro hai baciato il sedere!”

Sentendo quella frase il giovane andò su tutte le furie e paonazzo in volto si tolse con furia la cintura e sempre sbraitando si allontanò.

Diana era certa che non l’avrebbe più rivisto.

Quello però era il tempo in cui le fanciulle venivano date in sposa al primo che passa, così il giovane Signorotto si recò dal padre di Diana per chiederla in sposa.

Il giovane era molto ricco e il padre pensò che per Diana potesse essere una buona occasione.

Furono celebrate le nozze e il Cavaliere era tutto gentilezze e smancerie, parole gentili e regali ma i suoi occhi non raccontavano niente di buono.

Diana avendo capito le sue cattive intenzioni quella mattina in cucina aveva impastato una bambola di marzapane alta come lei e con le sue fattezze.

Al posto del cuore aveva messo un ripieno fatto con il latte e il miele.

Quando la festa finì e tutti gli ospiti si furono allontanati lo sposo la condusse nella loro camera.

“Lascia che io mi prepari,” disse Diana con candore, “sii gentile aspettami fuori, appena sarò pronta ti chiamerò.”

Il Cavaliere acconsentì.

Appena uscì, Diana mise la bambola nel letto nuziale, con un coltello si tagliò i capelli e con cura li acconciò sulla testa di quell’enorme manicaretto, perché sembrassero la sua bella chioma.

Si cambiò di abito e uscì sul balcone.

“Sono pronta!” Gridò bene nascosta tra le tende.

Il Cavaliere entrò, nella penombra della stanza profumata di cannella vedeva solo le forme della sua sposa avvolta tra le coperte.

“Adesso mi vendicherò di tutte le tue impudenze!” Disse impugnando un lungo pugnale con cui trafisse il cuore di quella che credeva essere Diana.

Il miele che riempiva il cuore della bambola di biscotto schizzò sulla faccia dell’uomo.

Assaporando quel liquido dolce, cominciò a piangere e a singhiozzare, e più assaporava quel miscuglio di latte e di miele e più si pentiva del suo gesto scellerato e si batteva il petto colpevole e si strappava i capelli.

“Ho ucciso la mia sposa, che era così dolce e buona…” Piagnucolava dondolandosi come a volersi rassicurare.

Diana sorrise amaramente e con un balzo saltò giù dal balcone fuggendo il più lontano possibile:

Non è non saràmai vero amore,
se con crudeltà mi trafiggi il cuore.

Di angherie, umiliazioni

e di finta gentilezza, tingi le tue tristi azioni.

Sono come le lacrime di coccodrillo senza vero pentimento,

quelle che versano oggi i tuoi occhi senza sentimento!

Con un po’ di miele e latte versato

il tuo animo oscuro infine hai rivelato.

Io Diana me ne vado,

e con un balzo lieve, supero questo tristo guado.”

Il giovane Signore venne arrestato, nonostante avesse provato a comprare con le sue ricchezze la libertà e passò tutti gli anni avvenire in una prigione a piangere e a arrabbiarsi con sé stesso.

La povera bambola venne sepolta e di questo è probabile che furono felicissime le formiche, mentre Diana invece, girò il mondo in lungo e in largo ed ebbe mille avventure, incontrò l’amore quello vero e gentile e visse sempre felice e contenta.

Barbara Lachi from: ITALO CALVINO, Fiabe Italiane, (prima edizione 1956), Edizioni Oscar Mondadori, Milano 2002. Titolo: Il vaso di maggiorana, N.°21 vol. I; da: VITTORIO IMBRIANI, La Novellaja Milanese, pag. 42 La Stella Diana, (Livorno, 1877)

La fiaba è stata scritta da Barbara Lachi che ha utilizzato come fonte principale la raccolta Fiabe Italiane di Italo Calvino. Le versioni di Barbara Lachi sono nella maggioranza dei casi la riscrittura, al fine di evitare problemi dovuti ai diritti d’autore, ma molte delle fiabe hanno subito vere e proprie modifiche nell’andamento e nei finali.