Fiabe
Ovest Europa

La nave incantata

level 2
Difficoltà **
Temi : Eroi Famiglia

Riassunto: Un giovane riesce dove gli altri hanno fallito: costruisce la barca che va per mano e per terra ottenendo la mano della principessa. Lungo il viaggio che lo conduce al castello incontra uomini con poteri straordinari che lo aiuteranno nel superare le prove a cui il re lo sottoporrà.

C’era una volta un Re, come molti re non aveva molto da fare.

Così un po’ per noia, un po’ perché credeva che nessuno potesse esserne capace, offrì la propria figlia come premio, a colui che avesse realizzato una nave in grado di viaggiare per mare e per terra.

In tanti ci provarono senza riuscirci ed ogni loro tentativo era servito a procurare al Re, qualche attimo di svago e un risolino o poco più.

Un giorno, lesse l’editto, il figlio maggiore di un falegname che, oltre ai tre figli, possedeva un cavallo, un asino e un maiale.

Armando tornò a casa baldanzoso e chiese al padre di vendere il cavallo per comprare tutto il necessario, convinto che lui sarebbe riuscito dove gli altri avevano fallito.

Il padre ,dopo molte resistenze, vendette il cavallo e Armando si mise subito all’opera.

Tutto intento nel proprio lavoro, non si era accorto di un vecchio signore che lo stava osservando.

“Buongiorno”, disse il vecchio, “cosa stai facendo?”

“Quello che mi piace.” Rispose sgarbatamente Armando che detestava essere interrotto.

Il vecchio sembrò non badarci e chiese di nuovo “…e cos’è che ti piace?”

“Doghe da botte.” Rispose con un sorriso sarcastico, l’insofferente Armando rimettendosi a piallare e inchiodare.

Il vecchio salutò con un cenno del capo e si allontanò con le braccia dietro la schiena: “Buon lavoro! Che tu possa fare tutte le doghe che ti servono.”

Armando sollevò la testa e riabbassandola trovò intorno a sé, un centinaio di doghe e, per quanto si impegnasse a riprendere il lavoro della barca, riusciva a fare solo doghe da botte.

Afflitto e sconsolato fece ritorno a casa.

Tebaldo, il secondo genito pensò che forse lui poteva essere più capace e convinse il padre a vendere l’asino.

Di buona mattina si mise all’opera, con la pialla e il martello, quasi senza sollevare la testa, quand’ecco che il solito vecchio viene ad interromperlo.

“Buongiorno che stai facendo?”

“Quello che mi pare!”

“E cosa ti pare?” Chiese il vecchio gentilmente.

“Manici di scopa!” Rispose con espressione sardonica e sprezzante Tebaldo.

“Bene, bene”, disse conciliante il vecchio allontanandosi lentamente con le braccia dietro la schiena, “che tu possa fare tutti i manici di scopa che ti pare.”

Tebaldo sbuffando riprese la sua attività, sul banco di lavoro però non c’erano più i pezzi della barca ma un’incredibile quantità di manici di scopa.

Manici di tutte le altezze e dimensioni ma nessuno, che potesse servire a costruire una barca.

Stupito e indignato tirò il martello dove era sparito il vecchio, senza per questo ottenerne qualcosa di buono e, come Armando, fece ritorno a casa accolto dalle lamentele e il malcontento del padre, che aveva perduto un cavallo e un asino.

Il padre disse che non avrebbe venduto più niente.

Ettore il più piccolo dei tre, lasciò che sbollisse la rabbia e poi con garbo chiese al padre il maiale, perché l’opportunità che era stata data ai suoi fratelli, fosse data anche a lui.

Con gli strumenti e il materiale necessario, Ettore si mise a lavorare con impegno. Stava piallando fischiettando quando il solito vecchio lo salutò.

“Buongiorno Signore.” Rispose Ettore.

“Cosa stai facendo?”

“Non ci credereste mai, voglio fabbricare una barca capace di andare per terra e per mare!” Rispose con entusiasmo e occhi che brillavano.

“Mi sembra una bellissima idea.” Disse il vecchio mentre si allontanava con le braccia dietro la schiena.

“Buon lavoro per la tua barca che va per mare e per terra.”

A sera la barca era completata.

Ettore vi salì sopra e navigò verso casa, salutò il padre e i fratelli rimasti a bocca aperta per lo stupore e partì verso il castello del Re.

La nave attraversò fiumi e campi arati, e giunse ad un torrente semi prosciugato. Ettore si sporse e vide che un gigantesco omone si stava dissetando, bevendo con grossi sorsi che svuotavano il corso d’acqua.

“Buongiorno, sto andando a sposare la Principessa, vorresti venire con me?”

“Certo, non ho mai partecipato a nozze reali.” Rispose l’omone asciugandosi la bocca con la manica della camicia, e con un balzo salì sulla barca.

Dopo qualche ora di navigazione giunsero in una grande radura in prossimità di una foresta.

Seduto accanto ad una enorme catasta di alberi c’era un omone grande come un armadio a quattro ante, intento a mangiarsi quegli alberi tutti interi.

“Buongiorno,” disse Ettore, “vorresti venire con noi?”

“Certo, finisco questo stuzzichino e sono con voi.” Rispose l’omone trangugiando un abete come se fosse un gambo di sedano.

La nave riprese il suo viaggio, placido e tranquillo, attraversando fiumi e solcando boschi, finché incontrarono un altro enorme individuo che sembrava stesse prendendo il sole, appoggiato alla parete di una montagna.

“Buongiorno, sto andando a sposarmi e vorrei invitarti alle mie nozze, vuoi venire?”

“Verrei volentieri, purtroppo sto reggendo la montagna, se mi sposto cadrà.”

“E tu lasciala cadere.”

“Hai ragione.” Disse l’omone e con un balzo salì sulla barca che ondeggiò lievemente, mentre la montagna cominciò a sgretolarsi e la valle si riempì di massi e rocce.

Giunsero infine al castello, richiamando l’attenzione di tutti gli abitanti che si voltavano meravigliati e stupiti al passaggio di quel prodigio.

Sulla strada e alle finestre la gente applaudiva e gridava festosa.

Il Re sentendo tutto quel baccano, si affacciò dal balcone, rimanendo attonito e alquanto sbalordito nel constatare che qualcuno avesse potuto realizzare per davvero, quella sua idea tanto balzana.

Con quell’ espressione di stucco ancora dipinta sulla faccia accolse i nuovi ospiti.

“Maestà, vi ho portato la barca che va per mare e per terra, sono qui per prendere in sposa vostra figlia!” Disse Ettore.

Il Re cominciò a trovare molto meno divertente quella sua sciocca scommessa, ora che doveva imparentarsi con un figlio di falegname e cercando di dissimulare il suo malcontento disse: “Avete portato a termine solo una parte delle mie richieste, per meritarvi mia figlia ,dovete partecipare al banchetto che ho organizzato in vostro onore. Tuttavia, voglio che sia chiaro: dovete mangiare tutto e quando dico TUTTO intendo TUTTO! In caso contrario quella è la porta, e voi e la vostra barca potete tornare da dove siete venuti.”

Ettore si presentò al banchetto accompagnato soltanto dall’uomo degli alberi.

L’abete non l’aveva sfamato e cominciò, a trangugiare avidamente, ogni portata, ingoiando indifferentemente pietanze e piatti, vassoi e posate.

Siccome il Re aveva detto tutto, quando le portate terminarono, l’omone si mangiò anche il tavolo, la tovaglia e le sedie e se Ettore e il Re non lo avessero fermato, si sarebbe mangiato anche i camerieri.

Un po’ preoccupato il Re, propose una nuova sfida prima, di concedere la mano della Principessa.

“Dovete bere il vino della mia cantina.”

Ettore portò l’omone del torrente che cominciò a tracannare una botte dopo l’altra.

Quando la cantina fu svuotata, l’omone chiese se poteva avere un po’ d’acqua perché in realtà non si era dissetato abbastanza.

Il Re, bianco come un cadavere, si faceva sorreggere per non cadere, tanto gli tremavano le gambe per lo sconcerto.

“Va bene”, disse con un filo di voce, “la Principessa è pronta con tutte le sue cose che però, devono essere portate via tutte insieme! Altrimenti, quella è la porta…”

“Sì, sì, non c’è problema!” Disse Ettore portando con sé l’omone della montagna.

Facchini, maggiordomi e camerieri cominciarono a caricare l’omone, di tappeti, armadi, ritratti delle prozie, e dei bisnonni, librerie piene di libri, valigie e bauli zeppi di abiti, poltrone e sofà, troumeau, specchiere, vasi e scrigni.

L’omone intanto mentre tutti si affaccendavano sbuffando per la fatica, leggeva tranquillamente un libro, mentre, con una sola mano reggeva quella pila interminabile di oggetti.

Infine, seduta su tutta quella montagna, fu messa la Principessa.

L’omone sbadigliò annoiato, guardò con sufficienza quegli ometti che sudati e stanchi si accasciavano intorno a lui.

Fece un segno di saluto, salì sulla nave e partirono.

Il Re guardò la sua dispensa, la cantina e le stanze del castello e si accorse che a parte le mura non gli era rimasto niente.

Ettore giunse finalmente a casa, accolto festosamente dal padre e dai fratelli. Costruirono un meraviglioso castello, dove andarono a vivere tutti insieme e vissero felici e contenti molto a lungo.

A volte, Ettore e la Principessa partivano con la loro nave per qualche viaggio, attraversando mari, fiumi e terre, oceani e montagne, colline e deserti, pianure e città…

Barbara Lachi from: ITALO CALVINO, Fiabe Italiane, (prima edizione 1956), Edizioni Oscar Mondadori, Milano 2002. Titolo: La barca che va per mare e per terra N°99 vol. II; da GIGI ZANAZZO, Novelle favole e leggende romanesche, N°. 21 La bbarca, Roma (Torino/ Roma 1907, Vol. I° raccolte da G. ZAN. Delle tradizioni popolari romane)

La fiaba è stata scritta da Barbara Lachi che ha utilizzato come fonte principale la raccolta Fiabe Italiane di Italo Calvino. Le versioni di Barbara Lachi sono nella maggioranza dei casi la riscrittura, al fine di evitare problemi dovuti ai diritti d’autore, ma molte delle fiabe hanno subito vere e proprie modifiche nell’andamento e nei finali.