Fiabe
Ovest Europa

Il topo Re

level 2
Difficoltà **

Riassunto: Un Re da in sposa ad un Topo la propria figlia. Durante il pranzo di nozze il topo offeso dalle risa dei convitati sparisce. La principessa innamorata nonostante il suo aspetto, lo va a cercare, liberandolo dall’incantesimo di cui era vittima.

C’era una volta una bellissima Principessa, talmente bella che non passava giorno senza che ricevesse una richiesta di matrimonio.

Il Re tuttavia le rifiutava tutte poiché ogni notte in sogno, una voce gli diceva di non farla sposare con nessuno.

La Principessa insisteva nel volersi sposare non capendo l’atteggiamento riottoso del padre, che perse la pazienza e le disse: “Va bene se ci tieni tanto, affacciati alla finestra: il primo che passa e ti guarda sarà il tuo sposo.”

La Principessa facendosi più bella che mai si mise alla finestra ad aspettare il suo futuro consorte.

Da dietro il palazzo ecco spuntare un grosso Topo grigio dal naso appuntito e con una lunghissima coda rosa.

Il Topo si soffermò, annusando l’aria e sollevò lo sguardo proprio in direzione della Principessa che subito si ritrasse inorridita, sperando che non l’avesse vista.

Attese qualche minuto e sporse la testa per controllare, che quella lurida bestiaccia se ne fosse andata, ma il Topo era sul davanzale e la stava guardando.

Con eleganza il Topo si inchinò verso la principessa e poi verso il Re che in quel momento era entrato nella stanza.

“Maestà!”

“Signor Topo, a quanto pare sarai tu lo sposo di mia figlia, dato che sei stato il primo a guardarla questa mattina!”

Nonostante le lacrime e le proteste della figlia il Re che aveva dato la sua parola, fece chiamare il ciambellano e fissare la data delle nozze.

Furono invitati re e regine, conti, contesse, principi e principesse, nessuno voleva mancare al matrimonio dell’anno.

Dopo la cerimonia dove non erano mancati risa e gridolini sarcastici, gli invitati indiscreti e morbosamente impiccioni studiavano quella bizzarra coppia.

Venne il momento del banchetto e gli inviati furono fatti sedere.

Il Topo si muoveva saltellando da una parte all’altra della stanza, muovendo quella sua lunga coda maleodorante suscitando sobbalzi ed espressioni di disgusto.

Quando infine si fu seduto, c’era chi cominciò a trovare la situazione imbarazzante e disdicevole.

Al Topo consorte tutto quel mormorare e malignare dietro le sue spalle, cominciava a dare fastidio e, chiamato il Re in disparte disse: “Maestà, ditegli di smettere immediatamente perché non tollero che si rida di me!”

Lo sguardo risoluto del Topo, fece capire al Re che non erano ammesse repliche e che, non era più tempo di scherzare.

Il Topo tornò a sedersi accanto alla Principessa appoggiandole la testa sul braccio.

A quel contatto la Principessa istintivamente si ritrasse, ma il Topo fece finta di niente e il pranzo sembrò proseguire sotto i migliori auspici.

Le portate continuavano a susseguirsi.

Improvvisamente, il Topo, vedendo un piatto di formaggi prelibati, si dimenticò le buone maniere, con un balzo salì sul tavolo e cominciò a mangiare con gusto.

La sua felicità era espressa soprattutto dalla coda, che ora infilava nel piatto della contessa, ora nel calice del principe di Normandia, ora in quello del barone, lasciandoli tutti interdetti e inorriditi.

Nessuno tuttavia, aveva il coraggio di recriminare, dopo l’avvertimento del Re.

Il Topo intanto aveva finito di mangiare il proprio piatto, così mise il muso in quello della Principessa e poi in quello della baronessa delle Fiandre che le era seduta accanto.

La Baronessa ebbe un moto di ripugnanza e, dimenticando quanto aveva detto il Re, si mise a gridare.

Il Topo sollevò il muso, agitò irritato i baffetti e presa la propria coda cominciò ad usarla come fosse una saetta e scagliarla contro tutto e tutti.

Toccati da quello strale nauseante, oggetti e persone scomparivano sotto lo sguardo sempre più spaventato della Principessa.

Piatti, tavolo, principi e contesse, Il Re suo padre, infine perfino il castello.

La Principessa voleva dire qualcosa, ma il Topo scomparve prima che lei potesse pronunciare le parole:

Ratto, ratti ratto il mio cuore,
pensavo fossi un Topo
invece sei l’amore!”

Sola, in una landa desolata, la Principessa si mise in cammino in cerca del Topo, ripetendo a bassa voce la sua filastrocca.

Cammina, cammina incontrò un vecchio cieco che sentendola dire quella frase un po’ bizzarra la chiamò: “Cara fanciulla credo di poterti aiutare: più avanti in quella direzione troverai un vecchio sicomoro. Scava tra le sue radici e scendi sotto terra. Lì troverai quello che cerchi.”

La Principessa lo ringraziò e proseguì finché non trovò l’albero e a mani nude si mise a scavare.

Scava, scava, era scesa ormai di diversi metri quando si trovò di fronte una lunga galleria.

Ratto, ratti ratto il mio cuore,
pensavo fossi un Topo
invece sei l’amore!”

Si ripeté per darsi coraggio e cominciò a procedere in quel cunicolo stretto e umido che si faceva più buio ad ogni passo.

Grosse ragnatele pesanti come tende le ostacolavano il cammino, facendola procedere con fatica.

Improvvisamente si trovò di fronte un affossamento pieno d’acqua melmosa, talmente scura da non capire quanto fosse profonda.

Immerse un piede ma non riusciva a toccare il fondo.

Immerse allora la gamba fino al ginocchio ma, anche così non aveva trovato nessun punto di appoggio.

Non le restava che tornare indietro poiché da quella parte non si poteva procedere, si voltò e fu allora che si accorse che la galleria non esisteva più: si era richiusa dietro il suo passaggio.

Le veniva da piangere ma ancora una volta ripeté a sé stessa:

Ratto, ratti ratto il mio cuore,
pensavo fossi un Topo
invece sei l’amore!”

E senza pensarci si tuffò.

Scese giù, giù, giù, giù come se legato ai piedi avesse un masso, come se il suo cuore fosse di sasso e lei lo avesse gettato oltre l’ostacolo.

Mentre scendeva o forse saliva, vide l’acqua diventare limpida e una luce filtrare al di sopra della superficie, dove riemerse.

Era in una fontana, nel chiostro di un sontuoso palazzo.

Come la galleria che si era richiusa dietro di lei, anche l’acqua era diventata solida sotto i suoi piedi che ora poggiavano saldamente sul fondo della fontana.

Uscì e si accorse di non essere bagnata.

Il palazzo era magnifico e ricco di stanze e lunghi corridoi, la Principessa camminava con il naso all’insù incantata da tanta bellezza.

Giunta in un salone affrescato, vi trovò una tavola imbandita di ogni cibo e prelibatezza, apparecchiata solo per lei.

La Principessa si sedette e mangiò finché fu sazia, poi stanca di tutte quelle incredibili avventure, trovò un letto in cui addormentarsi.

Aveva appena appoggiato la testa sul cuscino che cominciò a sentire de squittii accompagnati da passettini prima lenti e poi veloci, su e giù per le pareti…

Tiki, tiki,tiki, tiki.

Un topo era entrato nella stanza e correva, saltava sui mobili e sul letto.

Sentì la coda strisciarle sulla testa.

Lei chiuse gli occhi atterrita e rimase immobile finché non si fece giorno.

La Principessa vagò per le numerose stanze, aprì le infinite porte di quel palazzo interminabile, scoprendo sempre cose nuove, finché fu di nuovo ora di mangiare e poi di dormire.

Aveva appena spento la candela che zampette del Topo cominciarono a scalpicciare, strascicando per tutta la stanza quella sua lunga coda.

La Principessa spaventata batteva i denti e teneva gli occhi stretti per far più buio del buio.

Uno squittio, la coda che scivolava sulla coperta e poi più niente.

La Principessa non sapeva più se aspettare la notte o temerla.

La terza notte, si coricò e sospirando spense la candela, tirandosi le coperte fin sopra la testa e in silenzio attese, l’arrivo del Topo.

Annunciato dal solito squittio, il Topo cominciò a saltellare per la stanza: balzava sui mobili, sui cuscini, si avventava sulle tende e rimbalzava sul letto.

La Principessa si accorse che stava sorridendo tra sé e non stava tremando ma palpitando e allora trepidante pronunciò la sua cantilena:

Ratto, ratti ratto il mio cuore,
pensavo fossi un topo
invece sei l’amore!”

“Mia adorata!” Si sentì dire, mentre una candela si accendeva rischiarando la stanza.

La Principessa uscì da sotto le coperte e con stupore si trovò faccia a faccia non con il Topo ma con un giovane dallo sguardo innamorato.

“Il tuo amore ha rotto l’incantesimo e mi ha liberato.”

Accaddero tante altre cose ma sono tutte altre storie a voi basti sapere… e sono certa che lo sappiate già, che vissero tutti felici e contenti!

Barbara Lachi from: ITALO CALVINO, Fiabe Italiane, (prima edizione 1956), Edizioni Oscar Mondadori, Milano 2002. Titolo: Il sorcetto con la coda che puzza N°182 vol. III; da GIUSEPPE PITRé, Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani, 40 Lu surciteddu cu la cuda fitusa, Caltanisetta, 1875

La fiaba è stata scritta da Barbara Lachi che ha utilizzato come fonte principale la raccolta Fiabe Italiane di Italo Calvino. Le versioni di Barbara Lachi sono nella maggioranza dei casi la riscrittura, al fine di evitare problemi dovuti ai diritti d’autore, ma molte delle fiabe hanno subito vere e proprie modifiche nell’andamento e nei finali.