Fiabe
Ovest Europa

Il giardino delle meraviglie

level 3
Difficoltà ***

Riassunto: Una Regina ha tre figli dai capelli d’oro. Le sorelle invidiose li sostituiscono con animali. Il Re la ripudia. Più tardi le vite dei ragazzi divenuti grandi si incroceranno con quella del Re. Le zie tenteranno di ucciderli, mandandoli in un giardino stregato.

C’era una volta un Re, che amava passeggiare nel suo regno, mescolarsi tra la gente senza farsi riconoscere, per capire se le leggi e il suo modo di amministrare, accontentassero il suo popolo.

Una sera, durante il suo solito peregrinare, incontrò tre sorelle affacciate al balcone della loro casa.

Ridevano e parlottavano tra loro di amore e innamorati.

Tra un rossore e una risatina la prima disse che voleva sposare il fornaio, la seconda il fabbro e la terza stupì le altre, dicendo che voleva sposare il Re: “È così bello e gentile che io lo amerei e lo renderei felice. Faremmo dei figli bellissimi: due maschi con i capelli d’oro e una bambina con i capelli d’oro e una stella in fronte!”

Le sorelle risero di lei e di quelle sue idee romantiche, mentre il Re non visto, si allontanava silenzioso.

L’indomani furono tutte e tre invitate a corte, perché i loro desideri venissero esauditi, ad ognuna fu concesso lo sposo richiesto così a Emma fu data la mano del Re.

Cominciò la sua vita da regina, amata e adorata dal suo sposo che dopo qualche tempo, rese felice con l’annuncio di essere incinta.

Le sorelle che avevano mal digerito la fortuna di Emma, cominciarono a tramare contro di lei, e quando il Re fu costretto a partire per la guerra, si presentò la giusta occasione.

“Mi raccomando a voi”, disse il Re alle sorelle della moglie, “abbiatene cura e quando il bambino nascerà mandatemi notizie.”

Come Emma aveva detto, il suo bambino era bellissimo e aveva i capelli d’oro, ma prima che lei potesse vederlo, le sorelle lo sostituirono con una scimmietta, tutta strilli e con la coda lunga che saltellava nella stanza da una tenda all’altra.

-Maestà,

vostra moglie non ha mantenuto la promessa ed è nata una scimmia.

Cosa volete che ne facciamo di lei? –

Scrissero le due infide sorelle.

Il Re rattristato dalla notizia rispose che si prendessero cura di lei.

Il bambino affidato ad una vecchia con l’ordine di essere ucciso fu gettato nel fiume.

La cesta galleggiando fu presa dai flutti e trascinata via.

A valle, dove le acque si facevano più basse e tranquille, c’era un contadino con un secchio, intento a raccogliere l’acqua per innaffiare i suoi magri raccolti.

Vedendo il bambino lo prese e lo portò a casa crescendolo e amandolo come se fosse suo figlio.

Un giorno, mentre lo stava pettinando si accorse che quei capelli erano d’oro finissimo e tagliatane una ciocca andò a venderla ad un orafo.

Con la vendita di quelle ciocche, che appena tagliate rispuntavano più folte di prima, i due contadini divennero ricchi e fecero costruire un piccolo castello, dove crescere il bambino come fosse un principe.

La guerra finì e il Re tornò a casa, e vedendo la moglie dimenticò la delusione, tanto ne era innamorato.

Dopo qualche tempo, Emma fu di nuovo in dolce attesa.

Le guerre finiscono e altre cominciano, alcune durano un giorno, altre trent’anni e a volte cento.

Il Re accarezzò la moglie, e partì a malincuore, raccomandandosi ancora una volta alle sorelle.

Poche settimane più tardi nacque il secondo bambino, con i capelli dorati e lo sguardo limpido come il primo.

Le zie rapide lo sottrassero e lo consegnarono alla solita vecchia che lo gettò nel fiume.

Il contadino che ormai era un signore che amava camminare lungo il fiume per fare flanella, vide la cesta e senza pensarci neanche un momento, entrò in acqua e lo portò a casa dalla moglie.

Le zie intanto scrissero che anche questo secondo nipotino le aveva deluse, poiché era un cane, e non il bambino che tutti aspettavano.

-Cosa volete che facciamo di vostra moglie? –

Il Re disperato rispose che si prendessero cura di lei fino al suo rientro.

La guerra finì e il Re, vincitore ma triste, fece ritorno a casa cercando tra le braccia della moglie, un conforto che non era più certo di trovare.

La Regina annunciò una nuova gravidanza e il Re una nuova guerra a cui doveva partecipare.

Speranzoso, il Re partì.

La bambina nacque, di una bellezza soave con i capelli d’oro e una piccola voglia in mezzo alla fronte a forma di stella che la rendeva ancora più bella.

Le zie la fecero sparire e nella culla misero un porcellino.

Ridendo impudenti per quell’ennesima beffa ai danni della sorella, scrissero al Re che:

– Ahinoi, la Regina ha partorito un maiale… che volete ne facciamo?-

Il Re rispose che ne facessero quello che volevano ma al suo ritorno non voleva vederla più.

La Regina venne abbandonata nel bosco.

Disperata e perduta imparò a nutrirsi di bacche.

Nei suoi capelli si impigliarono rami e rovi, le sue unghie divennero lunghe e sporche e con il passare degli anni, divenne una creatura selvaggia che incuteva timore in chiunque la incontrasse.

Passarono gli anni, i due contadini, che dal fiume avevano recuperato anche la bambina, erano ormai morti da tanto e i tre fanciulli, divenuti ricchissimi con la vendita dei loro capelli, avevano fatto costruire un magnifico castello di fronte a quello del Re.

Passavano il loro tempo a ridere e rincorrersi in giardino, così capitò che un giorno, quel Re infelice li vedesse.

-Come sono belli, – pensò la prima volta che li aveva scorti, – potrebbero essere i miei figli. –

I tre portavano in testa dei cappelli, e il Re non si accorse delle loro capigliature dorate, ma le zie invece li sorpreso a capo scoperto e per poco non ne morirono per lo spavento.

Chiesero subito spiegazioni alla vecchia, che disse di averli gettati nel fiume ma che non poteva essere certa che fossero morti.

“Se il Re dovesse riconoscerli saremmo noi ad essere morte!” Dissero le due sorelle.

Il Re intanto preso dalla nostalgia per quello che non aveva potuto avere si recò a trovare i giovani invitandoli a palazzo.

“Molto volentieri” disse Vittoria, “io e i miei fratelli ne saremmo felici, in cambio vi invitiamo qui, nel nostro giardino dove non manca niente.”

Appena il Re se ne fu andato, ecco arrivare la vecchia che tra un discorso e l’altro, cominciò ad insinuare dei dubbi: “Bello è bello… una vera meraviglia, tuttavia, al vostro giardino manca l’Acqua Ballerina.”

Vittoria che credeva di possedere un giardino perfetto, chiamò i fratelli in lacrime supplicandoli di portarle, quell’acqua incantata.

Ermengardo partì il giorno stesso.

Lungo il tragitto, incontrò un eremita, che gli domandò dove stesse andando.

“A cercare l’acqua che balla.” Disse Ermengardo.

“Ascoltami bene, fai tutto quello che ti dico: quando arriverai in cima alla montagna troverai due giganti con gli occhi chiusi, aspetta che li aprano e passa. Prosegui nel giardino, dove troverai due serpenti con la bocca chiusa, passa solo quando l’avranno aperta. Lì, troverai l’Acqua Ballerina. Fai lo stesso tornando.”

Ermengardo ringraziò e giunto al giardino, seguì tutte le raccomandazioni e portò alla sorella l’acqua tanto desiderata.

Il Re che aveva atteso tutto il giorno, volle andare a chiedere il motivo della loro mancanza.

“Ci spiace molto, ma volevamo che il nostro giardino fosse ancora più bello per accoglierla, così siamo andati a prendere, l’Acqua Ballerina.” Disse Vittoria, mostrando la nuova fontana dove l’acqua, zampillava e guizzava danzando, da una parte all’altra.

“Ha anche il potere di curare le ferite!”

“Che meraviglia!” Disse il Re, dimenticando il piccolo sgarbo, invitando di nuovo i tre fratelli.

Appena il Re si allontanò, tornò la vecchia.

“Bene, bravi vedo che avete l’acqua che balla, peccato che non possediate l’Albero Musicale…”

Di nuovo in lacrime, Vittoria chiese ai fratelli che non sapevano negarle niente.

Claudiano partì, in viaggio verso il giardino, incontrò il vecchio eremita, che diede anche a lui tutte le indicazioni:“Dopo che avrai superato la fontana con l’Acqua Ballerina ti troverai di fronte delle cesoie alte 4 metri. Se sono chiuse non aggirale, aspetta che si aprano e poi passa. Ti troverai in un secondo giardino in mezzo al quale c’è l’Albero che canta. Arrampicati fin sulla cima e spezza il ramo più alto, poi torna indietro.”

Claudiano seguì tutto alla lettera e fece ritorno con il ramo canterino, appena in tempo per incontrare il Re che, non vedendoli, era andato a chiedere spiegazioni.

“Maestà, venga ad ascoltare questa meraviglia.” Disse piantando il ramo che crebbe sotto il loro naso, divenendo un albero maestoso, sotto il quale trovare ristoro.

Le foglie, frusciando cantavano una canzone melodiosa, che subito rasserenò l’animo inquieto del Re.

“Vi aspetto domani.” Disse salutando.

La vecchia che credeva di averne eliminato almeno uno, tornò alla carica e a insinuare dubbi.

“Mia cara bambina, il vostro giardino è davvero una meraviglia senza pari, a cui manca soltanto l’Uccello Arcobaleno.”

Ermengardo partì, sulla strada incontrò di nuovo l’eremita, che spaventato dalla nuova avventura, avvertì il giovane: “l’Uccello Arcobaleno ha il grande potere di trasformare le persone in statue, se si risponde alle sue domande. Mi raccomando, qualunque cosa dica tu non rispondere! Ricorda.”

Il giovane ,superati gli ostacoli, giunse nel giardino dove ,appollaiato su un ramo, c’era lo splendido animale con le piume iridescenti che subito cominciò a parlare:

“Che bel giovane, peccato che ti trasformerò in statua! Sei venuto per me? Non conosci il mio potere?”

Ermengardo stava zitto e si avvicinava, lo aveva già preso quando l’Uccello disse:

“O forse sei qui per ritrovare tua madre che hanno abbondonato nel bosco?”

“Mia madre?” Disse il giovane, trasformandosi subito in una statua.

L’Uccello tornò a posarsi sul ramo.

Ermengardo prima di partire aveva consegnato ai fratelli il proprio anello.

“Se la pietra diventa nera, vuol dire che ho fallito e, la mia vita è in pericolo…”

I fratelli, videro l’anello divenire nero come la notte nel momento in cui Ermengardo si trasformava in statua e Claudiano, consegnato il proprio anello alla sorella, partì in suo soccorso.

L’eremita vedendolo capì e rincarò le raccomandazioni e le precauzioni.

“Mai, mai devi rispondere!”

Claudiano giunse nel giardino dove riconobbe il volto tanto amato del fratello, in cui leggeva scolpita la sua ultima espressione: un misto di sbigottimento e sconcerto.

-Chissà cosa gli avrà detto. – Si diceva tra sé, mentre l’Uccello gli si faceva incontro e cominciava a tempestarlo di domande.

“Se qui per me o per tuo fratello? O per tua madre che selvaggia vive nei boschi?”

“Mia madre nei boschi?” Sentì le parole solidificarsi sulla lingua, mentre il suo corpo si trasformava in pietra.

Vittoria, che non aveva mai smesso di osservare l’anello, partì immediatamente, mentre la vecchia nell’ombra, rideva soddisfatta: “E con questa siamo a tre!”

L’eremita le diede consigli e ammonimenti e quasi non voleva lasciarla andare via, Vittoria però, lo salutò e veloce raggiunse il giardino.

In mezzo a mille statue, riconobbe gli amati fratelli.

“Che graziosa fanciulla, sei venuta per i tuoi fratelli?” Cinguettò ciarliero,

“Che peccato, tutta una famiglia distrutta per il volere delle zie! E tua madre? Poverina, vivere tutto questo tempo abbandonata nei boschi…”

Vittoria restava in silenzio, mentre le parole le rimbombavano dentro.

Prese l’animale, gli carezzò la testa e con decisione, gli strappò una piuma.

L’Uccello continuava a parlare, parlare, parlare, ciangottando verboso e cercando di destare attenzione e risposte.

Vittoria, invece, silenziosamente immerse la piuma nell’acqua della fontana, toccando poi le statue dei fratelli e poi quelle di tutti i giovani, liberandoli dal loro sonno di pietra.

L’Uccello finalmente tacque, e in segno di resa, si posò sul braccio di Vittoria.

Ella, con passo leggero, guidò quel corteo di giovani, marchesi, principi e cavalieri fuori dal giardino, che svanì, dietro di loro.

Il Re, arrabbiato e preoccupato per l’ennesimo ritardo, si recò nel giardino dei vicini e li vide tornare, belli come il sole e con i capelli al vento.

Tanta era l’emozione e la meraviglia che il Re, non riusciva a muoversi.

In quel momento capì, che quei ragazzi, erano i figli che la moglie gli aveva promesso in una notte lontana.

“Siamo dispiaciuti per il ritardo, ma ora che abbiamo anche l’Uccello Arcobaleno non manca niente e il banchetto può davvero cominciare!”

“Ne manca una!” Disse l’Uccello.

“No!” Dissero le zie sempre più preoccupate.

“Ne manca una!” Ripeté l’Uccello.

Il Re capì che parlava della sua sposa e ordinò ai soldati di andare a cercare la moglie nel bosco.

Quando la condussero lacera e sporca, di fronte a lui, rimase sconvolto per il male che le aveva ingiustamente inflitto e gettandosi ai suoi piedi le chiese perdono.

I figli le corsero intorno ad abbracciarla teneramente.

Il Re immerse il suo fazzoletto nell’acqua curativa della Fontana e pulì ogni ferita e cicatrice. Su ogni graffio diede un bacio, perfino sui piedi, che erano divenuti neri e callosi per aver camminato scalza nei boschi.

Non appena l’acqua toccava la pelle della Regina, le ferite svanivano e lei, tornava ad essere bella come era stata.

Fattole indossare un abito meraviglioso, il Re la fece sedere nel posto che da sempre le spettava, poi, quando tutti furono seduti, si rivolse all’Uccello e chiese che raccontasse una storia.

L’Uccellò raccontò del tradimento delle sorelle, dei bambini gettati via, fino al lieto fine.

“Manca la punizione!” Disse il Re.

“Che siano gettate nel fiume.” Sentenziò l’Uccello Arcobaleno.

E la corrente le inghiottì.

Barbara Lachi from: ITALO CALVINO, Fiabe Italiane, (prima edizione 1956), Edizioni Oscar Mondadori, Milano 2002. Titolo: L’uccello Bel verde N°87 vol. II; da VITTORIO IMBRIANI, La Novellaja Fiorentina, fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare da V. Imbriani., L’Uccellino che parla, N°6, Livorno 1877

La fiaba è stata scritta da Barbara Lachi che ha utilizzato come fonte principale la raccolta Fiabe Italiane di Italo Calvino. Le versioni di Barbara Lachi sono nella maggioranza dei casi la riscrittura, al fine di evitare problemi dovuti ai diritti d’autore, ma molte delle fiabe hanno subito vere e proprie modifiche nell’andamento e nei finali.