Fiabe
Ovest Europa

Barba d’argento

level 3
Difficoltà ***

Riassunto: Un uomo con la barba d’argento domanda in sposa le figlie di una lavandaia. Accettano, divenendo temporaneamente padrone del castello, tranne che di una stanza segreta. Solo la più piccola scoprirà l’inganno a salverà tutte.

C’era una volta, una donna rimasta vedova con tre figlie, una più graziosa dell’altra.

Abitava in una casa non troppo lontano da un lugubre castello, il cui proprietario si diceva fosse un potente mago.

Nessuno sapeva che faccia avesse, l’unico dettaglio di cui tutti parlavano però, era una lunga e folta barba d’argento che avevano visto scintillare in certe notti di luna.

Un giorno, sul far della sera, la donna sentì bussare alla porta e si trovò di fronte un uomo alto e magro con lungo cappotto nero con il bavero alzato e un cappello calato fin sul naso.

La donna non riusciva a vederne il volto ma solo lo scintillio prodotto dalla fitta barba di fili d’argento.

“Sono venuto a chiedervi in sposa la vostra figlia maggiore.” Disse l’uomo.

La donna sobbalzò dallo spavento e avrebbe voluto negargli subito la mano della figlia, la quale però stanca della propria vita fatta di rinunce, decise di accettare.

Per quanto il castello fosse lugubre all’esterno tanto era meraviglioso all’interno, la fanciulla non sapeva trattenere la propria meraviglia, di fronte a quelle sale lussuose e ricche.

Di ogni stanza Barba D’Argento le consegnava la chiave.

“Sei la padrona di tutto.” Continuava a ripeterle e la fanciulla si sentiva felice e meno spaventata, sebbene i bagliori che scaturivano dalla barba continuavano a renderla un po’ inquieta.

Infine giunsero in fondo ad un corridoio davanti ad una piccola porta, talmente piccola che bisognava inginocchiarsi per poter passare, di fronte alla quale Barba D’Argento le disse:

“Per nessuno motivo dovrai aprire questa porta. Se lo farai, sappi che ne varrà la tua vita.”

La fanciulla annuì spaventata e con voce un po’ tremante aggiunse: “Non sono interessata a questo ripostiglio di certo non mi servirà tanto è grande il resto del castello.”

L’indomani mattina, Barba D’Argento uscì molto presto.

Prima però si recò nella stanza della fanciulla che ancora dormiva e tra i capelli le mise una rosa. Non appena sveglia, la fanciulla si mise a vagare per l’enorme dimora e dopo aver girovagato per ore di stanza in stanza, aver soppesato oggetti e gioielli, provato abiti si accorse che non aveva più niente da fare, tranne che guardare dietro la porticina segreta.

Cercò la chiave si inginocchiò per poter arrivare alla serratura e aprì.

Un’aria pestilenziale la avvolse e una folata di fuoco e fiamme la lambì.

Sembrava la bocca dell’inferno.

Spaventata dalle grida e i lamenti, subito richiuse la porta e corse via.

Quando a sera Barba D’Argento tornò, la fanciulla ignara della rosa tra i suoi capelli gli corse incontro per salutarlo.

Barba D’Argento notò subito la rosa appassita e senza dirle niente prese la fanciulla per i capelli, la trascinò fino alla porticina, la spalancò e la gettò dentro.

Passato qualche giorno fece sapere alla famiglia che purtroppo la fanciulla si era gravemente ammalata ed era morta.

Sentendosi molto solo chiedeva in moglie la secondo genita.

La madre inorridita avrebbe voluto negare il suo consenso ma anche la seconda figlia stanca della propria vita decise di seguirlo.

Le venne mostrato l’intero palazzo e consegnate le chiavi di ogni stanza.

Passeggiando nel buio corridoio che conduceva alla piccola porta, la fanciulla notò che alla parete vi erano centinaia di cornici. In ogni quadro era conservato un fiore appassito.

Una strana inquietudine la colse.

“Tutto ciò che hai visto ti appartiene, puoi farne ciò che desideri, tranne che della stanza dietro questa porta. Per nessun motivo dovrai mai aprirla. Soprattutto se hai cara la tua vita.”

La fanciulla sentì le gambe piegarsi per lo spavento, ma non lo fece vedere e rispose: “Non ho alcun interesse verso questa stanza.”

Barba D’Argento le sorrise ambiguamente e presa sotto braccio la condusse fuori.

Poco prima dell’alba, Barba D’Argento entrò nella stanza dove la fanciulla dormiva.

Tra i capelli sparsi sul cuscino le intrecciò un fiore di gelsomino poi richiuse dolcemente la porta e uscì. Appena sveglia, si lavò e si vestì.

Pettinandosi vide i fiori di gelsomino ma, pensando ad un gesto gentile li aggiustò meglio tra i capelli.

La giornata scorreva lenta tra un candeliere d’argento e la prova di un abito sontuoso.

Quando ebbe visitato tutte le stanze, spostato soprammobili e monili, dopo essersi specchiata in ogni oggetto d’argento presente nel castello, quasi senza accorgersene si ritrovò davanti alla porticina.

Vi accostò l’orecchio ma non un suono sembrava trapelare da quella porta davvero insignificante. Cercò di guardare dalla serratura ma non riusciva a vedere niente.

-La socchiuderò appena.- disse e infilata la chiave aprì.

Grida, fiamme e una folata di aria calda e fetida la avvolsero, richiuse svelta la porticina e scappò lontano.

Mentre correva vide la propria immagine allo specchio e si accorse che i gelsomini erano strinati e rinsecchiti.

Spaventata capì che quello che le era sembrato un gesto di gentilezza in realtà era solo una contro prova della sua ubbidienza.

Cercò di toglierseli, ma più li tirava più si intrecciavano.

Presa com’era da sé stessa non si accorse del rientro di Barba D’Argento che la sorprese nel suo vano tentativo.

Senza proferire parole ma con gesti furiosi, la prese per i capelli e mentre lei cercava gridando di liberarsi, la buttò con la sorella e le altre.

I gelsomini erano caduti, Barba D’Argento li raccolse e li dispose in una piccola cornice argentata che appese insieme alle altre.

Qualche giorno più tardi si presentò alla porta della lavandaia per avvisarla della morte della seconda figlia e a chiedere la mano dell’ultima.

La fanciulla avrebbe voluto dire di no, poiché era assolutamente felice della sua vita semplice ma decorosa.

Sebbene faticasse molto a lavare, non c’era per lei ricompensa più grande che stare a riposare in riva al fiume all’ombra degli alberi e sotto il cielo.

Tuttavia la morte delle sorelle l’avevano insospettita e non credeva affatto che si fossero ammalate.

“Sono troppo triste in questo momento per darvi una risposta,” disse la fanciulla“ripassate tra tre giorni e vi risponderò.”

La madre non voleva perdere anche lei, ma la fanciulla sembrava risoluta.

“Madre, sono sicura che non sia vero quello che Barba D’Argento racconta, ma solo seguendolo al castello scoprirò di più.”

Trascorsi i tre giorni la fanciulla si fece trovare pronta a seguirlo.

La vista delle stanze la stupì ma certo non potevano competere con le volte degli alberi e i colori del cielo.

Barba D’Argento le consegnò le chiavi, poi la condusse davanti alla porticina intimandole di non aprirla.

La fanciulla sollevò le spalle con un gesto di indifferenza, si voltò e saltellando ripercorse a ritroso il corridoio, mentre guardava ad uno ad uno i fiori nelle cornici.

L’indomani prima di allontanarsi dal castello, Barba D’Argento mise tra i capelli della fanciulla addormentata un bocciolo di peonia.

La fanciulla svegliatasi, si lavò e si vestì.

Mentre si pettinava allo specchio vide il bocciolo, nascosto tra le sue ciocche.

Lo sfilò delicatamente e lo mise in un piccolo vaso d’argento e subito si mise alla ricerca delle sorelle, dirigendosi verso la porticina.

Appena l’aprì riconobbe tra le fiamme e l’aria pestilenziale le due sorelle che la implorarono di liberarle da quel tormento.

La fanciulla richiuse la porta, tornò nella sua stanza e si rimise il fiore poi si sedette a leggere pensando a come liberare le sue sorelle e le altre fanciulle.

Quando Barba D’Argento tornò, rimase piacevolmente sorpreso per il fiore che era fresco, come al mattino e chiese alla fanciulla cosa avesse fatto.

La fanciulla lo ringraziò e disse che aveva pensato molto alla madre e che per questo si sentiva molto triste poiché la sapeva sola.

Soprattutto le dispiaceva che a lei fossero date tutte quelle cose meravigliose, mentre la madre anziana doveva lavorare ancora di più per poter sopravvivere, ora che anche lei era lontana.

“Vorrei mandarle dei regali se me lo permetterete.”

“Certo” rispose Barba D’Argento, “metti pure in queste scatole quello che ti aggrada e io glielo porterò.”

Ogni notte, da quel giorno la fanciulla, mentre Barba D’Argento dormiva si recava nella stanza dietro la porticina, prendeva una fanciulla e la infilava nella scatola.

Le prime furono le sorelle, e poi via via le altre ragazze.

Preoccupata che Barba D’Argento potesse curiosare, la prima mattina gli aveva detto di avere uno strano dono quello di vedere da lontano.

“Se vi accorgete che Barba D’Argento appoggia la scatola per terra, o cerca di sollevare il coperchio, voi dovete dire TI VEDO, TI VEDO!” Diceva ad ogni fanciulla prima di salutarla.

Così per mesi aveva mandato fuori e messo in salvo tutte le fanciulle scomparse negli anni.

Non era rimasta che lei.

Un giorno andò da lui e gli disse: “Ieri mentre osservavo la tua collezione di fiori secchi, mi è sembrato di sentire qualcosa provenire da dietro la porticina. Mi sembravano delle grida e mi sembrava perfino di vedere uscire da sotto delle lingue di fuoco.”

Barba D’Argento capì che in qualche modo quella fanciulla era riuscita a scoprire la verità senza farsi scoprire da lui.

Furioso ma cercando di nasconderlo le chiese di andare a vedere insieme.

“Volentieri.” Rispose la fanciulla, aggiustandosi il fiore tra i capelli, mentre saltellando allegra lo procedeva.

Giunti davanti alla porticina gli consegnò le chiavi.

“Aprite voi, io non ne ho il permesso.” Disse facendosi da parte.

Barba D’Argento si inginocchiò e aprì pronto ad afferrarla e gettarla dentro con le altre.

Ma appena la porta fu aperta la sorpresa di trovarla vuota fu talmente grande che non si accorse che la fanciulla lo stava spingendo dentro.

Rapida chiuse la porta dietro di lui e da allora nessuno seppe più niente di Barba D’Argento e tutti vissero felici condividendo le sue grandi ricchezze.

Barbara Lachi from: ITALO CALVINO, Fiabe Italiane, (prima edizione 1956), Edizioni Oscar Mondadori, Milano 2002. Titolo: IL NASO D’ARGENTO, N°9 vol. I; da: D. CARRAROLI, Leggende, novelle e fiabe piemontesi, N°3 Il Diavolo dal naso d’argento, (estratto dall’ “arch.”, vol. XXIII Torino 1906)

La fiaba è stata scritta da Barbara Lachi che ha utilizzato come fonte principale la raccolta Fiabe Italiane di Italo Calvino. Le versioni di Barbara Lachi sono nella maggioranza dei casi la riscrittura, al fine di evitare problemi dovuti ai diritti d’autore, ma molte delle fiabe hanno subito vere e proprie modifiche nell’andamento e nei finali.