Fiabe
Ovest Europa

L’Albero che parla

level 2
Difficoltà **
Temi : Eroi

Riassunto: C’era una volta un Re che nel suo palazzo reale teneva le cose più rare del mondo, ma non l’albero che parlava. Nella ricerca dell’albero, si innamora di una principessa incantata. Nonostante incantesimi e le difficoltà il Re riesce a celebrare le nozze.

C’era una volta un Re che credeva d’aver raccolto nel suo palazzo tutte le cose più rare del mondo. Un giorno venne un forestiere e chiese di vederle. Osservò minutamente ogni cosa e poi disse: “Maestà, vi manca il meglio!”

“Che cosa mi manca?”

“L’albero che parla.”

Infatti, tra quelle rarità, l’albero che parlava non c’era. Con questa pulce nell’orecchio, il Re non dormì più. Mandò corrieri per tutto il mondo in ricerca dell’albero che parlava. Ma i corrieri tornarono sempre con le mani vuote. Il Re si credette canzonato da quel forestiere e ordinò d’arrestarlo.

“Maestà, se i vostri corrieri hanno cercato male, che colpa ne ho io? Che cerchino meglio.”

“E tu l’hai visto, coi tuoi occhi, l’albero che parla?”

“L’ho visto con questi occhi e l’ho sentito con queste orecchie.”

“Dove?”

“Non me ne ricordo più”

“E che cosa diceva?”

“Diceva: aspettare e non venire è una cosa da morire.”

Era dunque vero! Il Re spedì di bel nuovo i suoi corrieri. Passa un anno, e questi ritornano da capo tutti con le mani vuote.

Allora, sdegnato, ordinò che al forestiere gli si ta­gliasse la testa.

“Maestà, se i vostri corrieri hanno cercato male, che colpa ne ho io? Che cerchino meglio.”

Questa insistenza gli fece impressione. Chiamati i suoi ministri, disse che voleva andar lui in persona alla ricerca dell’albero che parlava. Finché non lo avesse nel suo palazzo non si terrebbe per Re.

E partì, travestito. Cammina, cammina, dopo molti giorni gli annottò in una vallata dove non c’era anima viva. Si sdraio per terra e stava per addormentarsi, quand’ecco una voce che pareva piangesse: “Aspettare e non venire è una cosa da mo­rire!”

Si scosse e tese l’orecchio. Se l’aveva sognato?

“Aspettare e non venire è una cosa da morire!”

Non se l’era sognato! E domandò subito: “Chi sei tu?”

Non rispondeva nessuno. Ma le parole erano, pre­cise, quelle dell’albero che parlava.

“Chi sei tu?”

Non rispondeva nessuno. La mattina, come aggiornò, vide lì vicino un bell’albero coi rami pendenti fino a terra. Doveva esser quello. E per accertarsene stese la mano e strappò due foglie.

“Ahi! Perché mi strappi?”

Il Re, con tutto il suo gran coraggio, rimase at­territo.

“Chi sei tu? Se sei anima battezzata, rispondi, in nome di Dio!”

“Son la figliuola del Re di Spagna.”

“E in che modo ti trovi lì?”

“Vidi una fontana limpida come il cristallo e pen­sai di lavarmi. Toccò appena quell’acqua, rimasi incantata.”

“Che posso fare per liberarti?”

“Bisogna avere la fatatura e giurare di spo­sarmi.”

“Questo lo giuro subito, e la fatatura saprò pro­curarmela, dovessi andare in capo al mondo. Ma tu perché non mi rispondevi la notte scorsa?”

“C’era la strega…. Sta’ zitto, allontanati, sento la strega che ritorna. Se, per disgrazia, ti trovasse, incanterebbe anche te.”

Il Re corse a nascondersi dietro un muricciolo e vide arrivare la strega a cavallo del manico di una granata.

“Con chi hai parlato tu?”

“Col vento dell’aria.”

“Vedo delle pedate qui.”

“Sono forse le vostre.”

“Ah! Sono le mie?”

La strega afferrava una mazza di ferro.

“E da dove vieni? Vengo dal mulino.”

“Basta, per carità! Non lo farò più!”

“Ah! Sono le mie?”

“E da dove vieni? Vengo dal mulino.”

Il Re, angustiato, si persuase che era inutile il se­guitare a stare lì, bisognava procurarsi la fatatura. E tornò indietro. Ma sbagliò strada. Quando s’accorse d’essersi smar­rito in un gran bosco e non trovava più la via, pensò di montare in cima a un albero per passarci la notte, altrimenti, le bestie feroci avrebbero fatto di lui un boccone. Ed ecco, a mezzanotte, un rumore assordante per tutto il bosco. Era un Orco che tornava a casa con i suoi cento mastini che gli latravano dietro: “Oh, che buon odore di carne cristiana!”

L’Orco si fermò a piè dell’albero e cominciò ad annusare l’aria: “Oh, che buon odore!”

Il Re aveva i brividi mentre i mastini frugavano, latrando, fra le macchie e raspando il suolo dove fiutavano le pedate. Ma per sua buona sorte era buio fitto, e l’Orco, cercato inutilmente per un po’di tempo, an­dava via chiamandosi dietro i mastini: “Té! Té!”

Quando fu giorno, il Re, che tremava ancora dalla paura, scese da quell’albero e cominciò ad inoltrarsi, cautamente. Incontrò una bella ragazza: “Bella ragazza, per carità, additatemi la via. Sono un viandante smarrito.”

“Ah, povero a te! Dove tu sei capitato! Fra poco ripasserà mio padre e ti mangerà vivo, poverino!”

Infatti si sentivano i latrati dei mastini dell’Orco e la voce di lui che se li chiamava dietro: “Té! Té!”

“Questa volta sono morto!” Pensò il Re.

“Vieni qua, buttati car­poni. Io mi siederò sulla tua schiena e la mia gonna ti coprirà. Non fiatare!” Disse la ragazza.

L’Orco, vista la figliuola, si fermò.

“Che fai lì?”

“Mi riposo.”

“Oh, che buon odore di carne cristiana!”

“Passava un ragazzino. E ne feci un bocconcino!”

“Brava! E le ossa?”

“Se le rosicchiarono i cani.”

L’Orco non cessava d’annusar l’aria: “Oh, che buon odore!”

“Se volete arrivare alla marina, non indugiate per via.”

Partito che fu l’Orco, il Re raccontò alla ragazza, per filo e per segno, tutta la sua storia.

“Maestà, se voleste sposarmi, la fatatura ve la darei io.”

La ragazza era una bellezza, il Re l’avrebbe spo­sata volentieri.

“Ahimè, bella ragazza! Ho la parola impegnata.”

“È la mia cattiva sorte! Ma non importa.”

Lo condusse a casa, prese un barattolo e gli strofinò il petto con una pomata di suo padre. Il Re fu fatato.

“Ed ora, bella ragazza, dovreste prestarmi una scure.”

“Eccola.”

“Che cosa è quest’ unto?”

“È l’olio della cote dove è stata affilata.”

Colla fatatura, ci volle un batter d’occhi per tor­nare nel posto dove trovavasi l’albero che parlava. La strega non c’era e l’albero gli disse: “Bada! Dentro il tronco c’è nascosto il mio cuore. Quando dovrai abbattermi, non dar retta alla strega. Se ti dirà di dar i colpi in su, e tu dalli in giù. Se ti dirà di darli in giù, tu dalli in su, altri­menti m’ammazzeresti. Alla stregacela poi bisognerà spiccare la testa con un sol colpo, o saresti spacciato, neppur la fatatura ti salverebbe!”

Venne la strega.

“Che cerchi da queste parti?”

“Cerco un albero per far del carbone e stavo osservando questo qui.”

“Ti farebbe comodo? Te lo regalo, a patto che per atterrarlo tu dia i colpi dove ti dirò io.”

“Va bene.”

Il Re brandì la scure che tagliava meglio d’un rasoio e domandò: “Dove?”

“Qui.”

E lui, invece, diè lì.

“Ho sbagliato. Da capo. Dove?”

“Lì.”

E lui, invece, diè qui.

“Ho sbagliato. Da capo.”

Intanto non trovava il verso di assestare il colpo alla strega, essa stava guardinga. Il Re fece: “Ooh!”

“Che vedi?”

“Una stella.”

“Di giorno? È impossibile!”

“Lassù, diritto a quella rama: guardate!”

E mentre la strega gli voltava le spalle per guar­dare diritto a quella rama, lui le menava il colpo e le staccava, netta, la testa. Rotta così la malia, dal tronco dell’albero uscì fuori una donzella che non poteva essere guardata fisso, tanto era bella! Il Re, contentissimo, tornò insieme con lei al pa­lazzo reale, e ordinò che si preparassero subito ma­gnifiche feste per gli sponsali. Arrivato quel giorno, mentre le dame di corte ab­bigliavano da sposa la regina, s’accorsero, con grande meraviglia, che aveva le carni dure come il legno. Una di esse volò dal Re: “Maestà, la Regina ha le carni dure come il legno!”

“Possibile?”

Il Re e i Ministri andarono ad osservare. La cosa era sorprendente. Alla vista, parevano carni, da in­gannare chiunque. A toccarle, era legno! Lei intanto parlava e si muoveva. I Ministri dissero che il Re non poteva sposare una bambola, quantunque essa parlasse e si muovesse, e contrammandarono le feste.

“Qui c’è un altro incanto! “Pensò il Re che si ricordò dell’unto della scure.

Prese un pezzetto di carne e lo tagliuzzò con questa. Aveva indovinato! I pezzettini, alla vista, parevano carne, da ingannare chiunque, a toccarli, erano legno. Il tradimento gliel’aveva fatto la figliola dell’Orco, per gelosia. Il Re disse ai Ministri: “Vado e ritorno.”

E si trovò nel bosco dove aveva incontrato quella ragazza.

“Maestà, da queste parti? Che buon vento vi mena?”

“Son venuto a posta, per te.”

La figlia dell’Orco non voleva credergli: “Parola di Re, che siete venuto apposta per me?”

“Parola di Re!”

Ed era vero, ma lei s’immaginava per le nozze. Si presero a braccetto ed entrarono in casa.

“Questa è la scure che tu mi prestasti.”

Nel porgergliela, il Re fece in maniera di ferirla in una mano.

“Ah, Maestà, che avete fatto! Son diventata di legno!”

Il Re si fingeva afflittissimo di quell’accidente: “E non si può rimediare?”

“Aprite quell’armadio, prendete quel barattolo, ungetemi tutta coll’olio che è lì dentro e sarò subito guarita.”

Il Re prese il barattolo: “Aspetta che io torni!”

Lei capì e si messe a urlare: “Tradimento! Tradimento!”

E gli scatenò dietro i cento mastini di suo padre. Ma, eh sì!… il Re era sparito. Con quell’olio le carni della Regina tornarono su­bito morbide, e si potò celebrare le nozze. Furono fatte feste reali per otto giorni e a noial­tri non dettero neppure un corno.

Luigi Capuana, C’era una volta… Fiabe, Fratelli Treves Editori, Milano 1885